Nella nostra società, nonostante il lento declino del numero di Cristiani praticanti, il giorno di Natale viene visto come una ricorrenza di cui la maggior parte di noi non può fare a meno; il 25 dicembre viene festeggiato in quasi ogni casa: si va dalla cena della sera della Vigilia, allo scambio dei regali, dal rituale del pranzo con i familiari alle telefonate di auguri a parenti e amici, lontani e vicini. Non sono molti, tuttavia, coloro che festeggiano il Natale secondo i dettami della religione cristiana -sia essa cattolica, protestante, ortodossa o di qulunque altra confessione; molti, infatti, sebbene non si ritengano Cristiani praticanti, o addirittura atei, vedono il giorno di Natale, e il periodo ad esso correlato, come un'occasione di ritrovare un momento di vicinanza con le persone più care, un piacevole periodo dell'anno teso a rinsaldare i legami familiari troppo spesso dimenticati. Per altri, invece, il Natale non è altro che una festività imposta loro, ma neppure questi ultimi si esimono di partecipare alla grande caccia al regalo che imperversa la settimana precedente il 25 dicembre. Insomma, verrebbe da dire che questo giorno particolare si è talmente radicato in noi e nella nostra società, da esserne diventato parte integrante.
31/03/10
Il paganesimo nel culto cristiano
Nella nostra società, nonostante il lento declino del numero di Cristiani praticanti, il giorno di Natale viene visto come una ricorrenza di cui la maggior parte di noi non può fare a meno; il 25 dicembre viene festeggiato in quasi ogni casa: si va dalla cena della sera della Vigilia, allo scambio dei regali, dal rituale del pranzo con i familiari alle telefonate di auguri a parenti e amici, lontani e vicini. Non sono molti, tuttavia, coloro che festeggiano il Natale secondo i dettami della religione cristiana -sia essa cattolica, protestante, ortodossa o di qulunque altra confessione; molti, infatti, sebbene non si ritengano Cristiani praticanti, o addirittura atei, vedono il giorno di Natale, e il periodo ad esso correlato, come un'occasione di ritrovare un momento di vicinanza con le persone più care, un piacevole periodo dell'anno teso a rinsaldare i legami familiari troppo spesso dimenticati. Per altri, invece, il Natale non è altro che una festività imposta loro, ma neppure questi ultimi si esimono di partecipare alla grande caccia al regalo che imperversa la settimana precedente il 25 dicembre. Insomma, verrebbe da dire che questo giorno particolare si è talmente radicato in noi e nella nostra società, da esserne diventato parte integrante.
Pubblicato da Lorenzo Natural alle 22:32 3 commenti
27/03/10
«I now walk into the wild»
Fuggire... Separarsi da quell'identità che tanto gli pesa, affinché possa trovare l'identità che gli è propria, ancora da definire. Il primo passo non può che essere quello di dare fuoco alla sua vecchia immagine, bloccata in un sorriso forzato, affiancata da dati e cifre che definiscono univocamente la sua persona. Bruciare la carta d'identità, il Bankomat, il denaro in contanti restante. Addio vecchio mondo, per il quale ora non è più nessuno, benvenuta libertà. «Libertà estrema; un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada».
Nuova nascita, nuova vita: quella del vagabondo, uomo senza tempo, capace di rimanere ore ed ore ad osservare il lento frangersi delle onde sul mare, il volo dei gabbiani sul bagnasciuga, di sentire la voce del vento, tessendo un dialogo con lui... Questo perché non un impegno impellente scandisce la sua vita: solo il vagabondo - o lo spirito che si sente tale - ha la forza di fermarsi a contemplare, uscendo dalla logica corrotta che vede equivalenti il tempo e il denaro. Dove non c'è il tempo, il denaro non ha ragione d'essere. La velocità non è più un valore, e agli occhi del vagabondo l'affannarsi delle grandi metropoli appare folle.
Non a caso ad aspettarlo in Alaska troverà un autobus privo di ruote, e perciò immobile - ma non per questo inutile - in opposizione alla frenesia del mondo “civilizzato” che viaggia a velocità sempre maggiori, perdendo il legame con la terra sulla quale vive. Quel legame che Chris cercherà di ristabilire proprio in Alaska...
Perché l'Alaska? Qui non c'è traccia di uomo; visto cosa l'uomo è diventato, solo qui Chris - o meglio Alexander, il nome scelto per la nuova identità - potrà scoprire cosa l'uomo è in realtà: la sua natura più profonda e indomita, la riscoperta del silenzio e della seguente meditazione, la forza del vento e delle tempeste.
Solitudine come preludio di libertà, se la libertà è l'imposizione di un proprio pensiero, capace di sovrastare la miriade di non-pensieri di cui è permeata la società: è in solitudine che la mente apre le porte all'infinito, ed è il silenzio il principale alleato in questa guerra di imposizione del proprio io.
Non è soltanto questo però il motivo della scelta dell'Alaska: si viaggia per entrare in contatto con identità sconosciute ed estranee, confrontando le quali alla propria è possibile rafforzarla e delinearla meglio. In un mondo come il nostro però, governato dalle leggi della globalizzazione - la quale unifica culture e tradizioni - nessun posto può darci quella sensazione di estraniamento dinanzi al nuovo da cui scaturisce il confronto fra diverse culture. Questo perché non esistono più diverse culture, o meglio esistono ma in luoghi sempre più remoti (e non è un caso che col passare degli anni le mete dei viaggi “di piacere” si spostino sempre più lontano da casa). Dove c'è l'uomo arriva anche la globalizzazione (presto o tardi che sia); ecco allora la risposta: scegliere un luogo in cui l'uomo non c'è.
«L'apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore sugella vittoriosamente la rivoluzione spirituale»: tutto è tratto da una storia vera, una storia di una ventina d'anni fa. Eppure tutto rimane molto attuale, guardandosi attorno.
Pubblicato da Stefano Tieri alle 11:30 0 commenti
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19/03/10
Ricordando don Peppino Diana
Pubblicato da Tommaso Ramella alle 15:25 4 commenti
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15/03/10
Get lost in translation
Mi sono da poco soffermata sullo studio delle traduzioni italiane di titoli di film di produzione francese.
Sono tanti i commenti che si sprecano sulle traduzioni dei titoli di film. Come non citare il citatissimo caso del film Eternal Sunshine of the Spotless Mind, tradotto con quella che sembra essere in Italia, e non a ragione, una commedia sentimentale: Se mi lasci ti cancello.
Un pò di tempo fa, girovagando per internet, ho letto il titolo di una tesi molto significativo: Se mi traduci mi cancello.
Questo titolo mi ha fatto riflettere su alcune cose. Cos'è un titolo? Qual è il suo obiettivo? E cosa vuol dire tradurre? Cercherò di darmi alcune risposte.
Il titolo, come la data di pubblicazione di un libro, o come il nome della traduttrice o del traduttore, è parte integrante di un'opera. E' l'elemento che, più di altri, è in grado di insinuarsi nella cultura di un paese fino a rimanerne cristallizzato in modi di dire, in forme proverbiali o idiomatiche: "Neverland è il ranch californiano di Michael Jackson, divo vistosamente afflitto dalla sindrome di Peter Pan"; "In Puglia il primo laboratorio: ma non guiderò un'armata brancaleone", titoli di articoli tratti dalla Repubblica.
Il titolo porta con sé segnali culturali, comunicativi e persuasivi, a seconda dei quali intende nominare, informare e sedurre. Le sei funzioni della lingua di Jakobson possono essere tutte indossate dal titolo, anzi, il titolo veicola con maggiore evidenza, data forse la sua caratteristica principale, la brevitas, le funzioni che assolve.
Se ci spostiamo in direzione della traduzione applicata ai titoli, è necessario considerare questa affermazione di Christiane Nord (1995: 265):
Questa frase riassume in maniera efficace il mio pensiero.
Se pensiamo che la traduzione consista esclusivamente nel riportare "fedelmente" il testo di partenza in una lingua diversa dall'orginale non ci troviamo d'accordo. Tradurre letteralmente, cioè parola per parola, è solo una delle strategie possibili. Nessuna strategia è migliore o peggiore di altre, per quanto alcune possono essere più consone di altre in certe occasioni. Ogni scelta traduttiva deve confrontarsi con usi e costumi di un paese, con le sue tradizioni, con la sua storia, e con la volontà comunicativa propria di ogni titolo, di ogni film e di ogni casa di distribuzione cinematografica. Mi preme ricordare che lo studio della traduzione dei titoli di film non può riguardare solo la traduzione: basti pensare che tra i fattori che più influiscono sulla scelta di un titolo, originale o tradotto, vi è il successo ai botteghini. Un principio a cui rispondono tutti i titoli, infatti, è attirare più spettatori possibile. Il titolo deve sedurre; il film dev'essere visto; chi traduce è quindi un commerciante di titoli e un conoscitore dei gusti della gente. In quest'ottica commerciale, gli aspetti che in genere riguardano la traduzione passano in secondo piano: la cosiddetta "fedeltà" al titolo originale e la funzione che questo assolve nella lingua originale.
Secondo un'ottica traduttiva, invece, bisogna chiedersi quale funzione svolga il titolo tradotto. Sono molti i casi di titoli tradotti che si allontanano dal titolo originale fino a non rendere possibile una connessione tra gli uni e gli altri. La strategia della creazione, per esempio, producendo un nuovo titolo, il quale si nutre di un rapporto nuovo col titolo originale, non presta attenzione alla "fedeltà" rispetto al titolo originale. Ma la traduzione non ha come unico scopo la "fedeltà" al testo di partenza. Sarebbe opportuno chiedersi, allora, a che cosa essere fedele: al testo di partenza o alle caratteristiche della cultura che accoglierà il nuovo testo?
La fedeltà può anche perdersi nella traduzione. Ma siamo sicuri che si tratti di traduzione infedele?
Pubblicato da Eliana Arnò alle 10:43 1 commenti
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23/02/10
Del razzismo: spunti
Giovedì 18/02/2010, viene presentata alla Sala della Lupa (Camera dei Deputati) la ricerca sul fenomeno della xenofobia e del razzismo, in rapporto ai giovani: emerge che, dei giovani sotto i 30 anni, il 50% è razzista.
Prima di procedere, sottolineiamo la terminologia.
Si vorrebbe far credere che il sostantivo razzismo, sia solo l' "ideologia fondata sull'arbitrario presupposto dell'esistenza di razze umane biologicamente e storicamente superiori, destinate al comando, e di altre inferiori, destinate alla sottomissione; anche teoria e prassi politica intese, con discriminazioni e persecuzioni, a conservare la "purezza" e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore" (Enc. Treccani). Questo è il razzismo istituzionalizzato e manifestatesi storicamente: nella Germania nazista, negli USA, nel Sudafrica.
Ma il razzismo si intende in modo più generico: "complesso di manifestazioni e di atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizi ed espressi, da parte di appartenenti a una comunità, attraverso forme di disprezzo ed emarginazione, nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse" (sempre Enc. Treccani). Questa seconda accezione di razzismo, è quella che ci troviamo ad affrontare in Italia.
Come sempre, le ricerche non sono certe né spesso riescono a rappresentare la realtà: sia come sia, anche se non fosse il 50%, ma il 25% ad essere razzista, o xenofoba, sarebbe già una situazione gravissima. Se i giovani cadono preda dei pregiudizi o vengono alimentati all'avversione verso lo "xenos", lo straniero, l'ospite, "quello strano", come potremo mai cercare di limitare fino ad eliminare, o quasi, questi fenomeni in Italia? Se il giovane, che dovrebbe avere una mente più aperta, libera e flessibile, grazie alla propria educazione scolastica o magari alle proprie esperienze di vita (fino alla maggiore età se ne possono avere, e tante) cade nella "morsa" dell'ignoranza magari ascoltando qualche politico o qualche partito "violento", come possiamo sperare che non accada agli adulti, magari oltremodo stressati dalla difficoltà della vita di cadere nel tranello di trovare, nello straniero, il colpevole dei propri problemi?
Perchè sono gli immigrati, a varie riprese, in vari periodi, ad essere additati come i colpevoli di questo o quel problema della società. Basta ricordare l'anno passato, il 2009: tutta la discussione sui reati commessi dai rom, gli stupri alla ribalta per un periodo sui giornali, le scelte vergognose di politica internazionale nella questione di quegli immigrati respinti in Libia. Il 2010 si è aperto con Rosarno.
Qual è la questione fondamentale? Gli immigrati compiono una quantità di lavori spesso faticosi o degradanti dal nostro punto di vista che gli italiani non farebbero? Quasi sempre. Gli immigrati arrivano qui con la richiesta d'asilo, perchè scappano da Stati dove non c'è il rispetto dei diritti umani, dove muoiono di fame o dove sono perseguitati? Quasi sempre.
Dunque perchè non aiutarli, visto che è anche un principio fondamentale della Costituzione(art.10)? Perchè dovremmo pensare, temere che un flusso migratorio, da questo o quel paese, possa mettere in pericolo(?), annientare(?), il nostro paese o la nostra cultura?
Dovremmo temere l'invasione, come è chiamata dalla Lega, e recentemente l'ha detto pure il Presidente del Consiglio, di gente che spesso soffre, che è obbligata per disperazione ad abbandonare la propria Patria?
Di solito le risposte positive si incentrano sui problemi di ordine pubblico.
Certo, capita che certi immigrati delinquano, ma esistono, per i reati, le contromisure (più o meno) adeguate, qualsiasi sia il soggetto (possono nascere dei problemi a livello di diritto internazionale, ma dovrebbe essere compito del Parlamento risolverli).
In conclusione: non si vuole sostenere che tutti gli immigrati siano in "buona fede", che nessuno delinqua, ecc. Ma nemmeno si può sperare di sostenere che poichè alcuni delinquono, tutti debbano essere "marchiati" come delinquenti, tanto più se a sostenerlo è quell' "elité" politica che non è certo immacolata, e nemmeno limpida.
Di conseguenza la tesi: gli immigrati non li vogliamo per la nostra sicurezza, è un'affermazione senza senso.
Cosa dovrebbe cambiare in Italia dunque, acciochè il razzismo si riduca e le tesi di certi partiti, vengano completamente debellate?
Prima di tutto l'educazione: nella scuola, a tutti i livelli, deve essere insegnato il rispetto alla/della diversità e perchè no, l'educazione civica, può finalmente far capire bene il significato dell'articolo 2 e 3 della Costituzione, che parlano proprio dell'uguaglianza.
Pubblicato da Andrea T. alle 20:15 2 commenti
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19/02/10
Trieste. La morte di Oberdank.
Ogni volta che scrivo su Trieste soffia la Bora. La penna è scossa dalle raffiche, ondeggia sul foglio stendendo ciò che la città sussurra. Lungo le Rive il disco amaranto del sole si eclissa alle spalle di Venezia. I lampioni sono già accesi da quasi un'ora lungo i viali. Le auto sfrecciano zigzagando, evitando il vento e i pedoni che mani in tasca, collo ricurvo, si muovono velocemente intirizziti dal freddo.
Gli angoli del foglio svolazzano, la carta vibra.
Centinaia, migliaia di lampioni ovunque: sentinelle del giorno che rubano spazio alla notte che assedia la città. Grappoli di luce dal palo inarcato, come stanco dal peso.
E per le vie della città, ad ogni lampione, per illuminarne anche nel buio l'esempio, un Oberdan impiccato. Centinaia, migliaia di Oberdan ovunque. Le autorità hanno deciso che non bisogna dimenticare il sacrificio di un proprio figlio. In ogni luogo pubblico hanno issato la sagoma dell'eroe pendente dipinto di verde, bianco e rosso. Con il vento, a molti Oberdan sono volate le scarpe. Alcuni sono volati per intero, finiti chissà dove, magari impigliati tra i rami della pineta di Barcola. Sono casi rari: da sempre il governo si assicura di fornire corde resistenti. Sui pennoni e sulle alabarde, persino sul tettuccio degli autobus, sventola il cadavere tricolore per rinnovare quotidianamente il ricordo del martirio. L'uomo che pende dice che in molti sono morti affinché questa terra appartenesse all'Italia; dice che dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani. Le autorità lo lasciano dire; anzi lo obbligano a parlare. A nulla sono valse le proteste del comitato genitori preoccupato che i prorpi figli prendessero troppo sul serio l'esempio dell'eroe. Nei locali alla moda alcuni dirigenti di banca hanno iniziato a portare cravatte rigide rivolte verso l'alto. Oberdan fa tendenza. Piazze, vie, scuole prendono il suo nome.
Lo guardo pendere dal lampione: la luce rasente ad illuminarne il profilo, la barba poca folta, la linea delle spalle. Il vento lo muove in modo tale che sembra camminare nell'aria: un passo, il secondo, un terzo, poi indietro e di nuovo un, due, tre. Sta ballando. A mezz'aria, sospesi sopra le entrate dei negozi di Corso Italia, gli Oberdan si sciolgono in una danza macabra. Perché le autorità si ostinano a farli danzare senza posa fiaccando i giovani respiri? L'Italia, terra dell'arte e della cultura, ha molte altre salme da riesumare e da mettere in mostra. Perché non issare un Dante, un Leonardo oppure un Giordano Bruno? Il sindaco già si è espresso a favore di Oberdan perché più pratico d'appendere; ma non può essere solo questo. Perché allora? Perché Oberdan è l'unione di due culture che hanno caratterizzato Trieste: quella italiana e quella slovena, troppo spesso divise e in lui unite. Un politico mi sembra falso anche solo se respira. L'Italia è la madre di Oberdan e come tale deve celebrare il proprio figlio.
Semmai è il padre, un padre di origine veneta che lo ha abbandonato, mentre la madre, colei che gli ha dato il cognome, è slovena. Nell'Olimpo degli italiani di Trieste, il semidio italo-sloveno Oberdan doveva morire da eroe per assurgere al livello del padre, e così è stato. Secondo Elio Apih, a Trieste si ricordano due momenti nella storia dell'irredentismo: il primo periodo copre gli anni tra il 1878 e il 1882, fino alla morte di Oberdan e alla firma della Triplice Alleanza; il secondo periodo è successivo e spiccatamente antislavo. Ma il paladino dell'unione delle due culture è morto come Oberdan, non come Oberdank. Ha rinnegato il suo nome o come si usa dire lo ha italianizzato volontariamente, assetato di conformismo, per sentiri accettato in una terra che gli faceva pesare le sue origini. Appendendolo a tanti lampioni in giro per la città le autorità hanno voluto dare l'esempio del buon slavo che volontariamente si italianizza dimenticando chi è veramente.
Ora che lo guardo con più attenzione riconosco in lui non il martire impiccato, ma la pianta sradicata, le radici all'aria a rinsecchire volontariamente. La Bora abbatte gli alberi che rinunciano alle radici.
Oberdan è asceso all'Olimpo italiano, con le cervicali, zoppo, ma pur sempre eroe.
Pubblicato da Omar Longo alle 22:45 1 commenti
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Il tifone chiamato Hack
Pubblicato da Giulio Rosani alle 22:23 9 commenti
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02/02/10
Quel grande statista di Bettino
Lasciamo quindi da parte le due condanne in via definitiva, a cui faremo soltanto un breve accenno alla fine dell'articolo, e parliamo del Craxi “statista”.
Politica economica:
Il periodo di massima influenza di Bettino Craxi si può individuare dalle elezioni del 1979 a quelle del 1992. Nel 1980 il rapporto debito/Pil è pari al 56,6%, nel 1992 è praticamente raddoppiato, arrivando a 105,2%. Cos'è successo nel frattempo? Alla fine degli anni Settanza il livello del debito pubblico aveva raggiunto quote considerevoli; Craxi, salito al potere, avrebbe dovuto - da “grande statista” - far scendere la spesa al di sotto delle entrate tributarie: solo in questo modo si sarebbe stabilizzato il rapporto debito/Pil. Ebbene, la direzione intrapresa dall'allora Presidente del Consiglio fu opposta, e la spesa continuò a salire (dal 36,9% del Pil nel 1980 al 41,7% nel 1983, stabilizzandosi intorno al 42-43% nel 1992), nonostante all'epoca ci si trovasse dinanzi a condizioni favorevoli nel ciclo internazionale, che avrebbero permesso di ridurre le spese senza alcun contraccolpo nella politica interna.
L'unica spesa che si andò a ridurre fu quella destinata alle paghe dei lavoratori: il 14 febbraio 1984 infatti un decreto del governo Craxi, in seguito convertito nella legge 219/1984, abolì la “scala mobile” - l'aumento della retribuzione da lavoro in accordo all'aumento del costo della vita - la quale permetteva che rimanesse costante il potere d'acquisto. Che la manovra fosse o meno necessaria, per ragioni di bilancio, economisti e politici ne hanno discusso a lungo (e ne discutono tuttora); colpisce tuttavia che, in un periodo in cui la corruzione era già molto diffusa anche in ambienti politici, si cercò di risolvere il problema - causato in larga parte proprio dalle tangenti - aggravando il peso sulle spalle di lavoratori che agivano nella piena legalità, e non invece combattendo l'illegalità, ad esempio nella gestione dei subappalti che portava ad un aumento vertiginoso del costo per qualsiasi costruzione in suolo italiano (per maggiori informazioni si veda il capitolo “condanne”). Il denaro mangia se stesso, in una spirale sempre tesa al raggiungimento di una maggiore ricchezza.
Un'altra “soluzione” viene trovata nell'aumento delle imposte dirette, che porta ad un corrispondente aumento del Pil (da 31,4% a 41,9%, dal 1980 al 1992). La spesa però cresce ancora, e nei quattro anni di Craxi alla presidenza del Consiglio il rapporto debito/Pil aumenta di 20 punti, giungendo nel 1987 al 88,5% e al 105,2% nel 1992, anno dell'inizio di Tangentopoli e della discesa politica di Craxi (fino ad allora rimasto in posizioni di potere: erano gli anni del CAF).
Politica interna:
Tra le sue “grandi riforme”, spicca il rinnovo del concordato con la Chiesa (datato 18 febbraio 1984). Ma è stato veramente merito suo? A leggerlo, lo spirito laico da dirigente del PSI non emerge affatto (basti dare un'occhiata all'articolo 9 comma 1, dove di fatto si apre la strada ai finanziamenti pubblici alle scuole cattoliche - quindi private). Il nuovo Concordato, come rivela “La Stampa”, era già pronto prima del suo arrivo alla presidenza del Consiglio e da lui è stato solo firmato: a dimostrarlo un protocollo del 1976 sottoposto da Aldo Moro a Pietro Nenni, il quale è stato alla base - senza che ne venissero minimamente cambiate le linee guida - del nuovo concordato siglato da Craxi. «Non ho mai avvertito la presenza di Craxi se non al momento della firma», dichiara sempre a “La Stampa” Lajolo il quale si è occupato, insieme al cardinale Agostino Casaroli, della revisione del concordato. Potremmo dire, con piglio satirico, che di questa riforma Craxi sia stato un semplice prestanome; ma ci sarebbe ben poco da ridere.
Da non dimenticare poi il più grande condono che la storia italiana ricordi (anche questo volto a racimolare un po' di denaro, visti gli sperperi figli di un sistema corrotto come quello dell'Italia craxiana), una vera e propria legalizzazione degli abusi edilizî, a firma di Nicolazzi nel 1985. Se non altro perché, visto il suo lungo e tortuoso iter parlamentare, nell'attesa che la legge venisse promulgata (un anno e mezzo) nel Bel Paese sono sorte un milione di nuove costruzioni abusive.
Infine la legge Mammì (legge 223/1990), con cui le tv dell'allora imprenditore Silvio Berlusconi, le quali trasmettevano illegalmente su tutto il territorio nazionale, sarebbero state messe a norma. Legge bocciata dalla Corte Costituzionale (con sentenza 5-7 dicembre 1994, n.420) a causa dell'incostituzionalità dell'art. 15, quarto comma («Le concessioni in ambito nazionale riguardanti sia la radiodiffusione televisiva che sonora, rilasciate complessivamente ad un medesimo soggetto, a soggetti controllati da o collegati a soggetti i quali a loro volta controllino altri titolari di concessioni, non possono superare il 25% del numero di reti nazionali previste dal piano di assegnazione e comunque il numero di tre»), nella parte relativa alla radiodiffusione televisiva: vìola infatti il principio pluralistico espresso dall'articolo 21 della Costituzione. Ma a qualcosa questa legge è servita: il “grande statista” Craxi ha infatti intascato, sui conti constellation financiere e northern holding - entrambi gestiti da Giorgio Tradati - una tangente di 21 miliardi versata dallo stesso Berlusconi.
Politica estera:
Riguardo i rapporti con i paesi esteri resta la “crisi di Sigonella” del 1985, ultimo segnale di netta contrapposizione al governo degli Stati Uniti da parte di quello italiano. Un segnale forte, visto di buon occhio da chiunque mal sopporti la politica imperialistica americana. Ma quant'è vera e profonda questa rottura con gli USA? Da un fascicolo riservato del Sisde, datato 12 giugno 1980 (quando il Psi era già da 4 anni nelle mani di Craxi) e pubblicato dall'Espresso il 7 gennaio 1994, viene riportato una vicenda interessante: prima dell'arrivo di Jimmy Carter - all'epoca presidente degli Stati Uniti - in Italia, la Cia si occupa di acquisire notizie riguardanti l'assetto politico italiano; da una «fonte solitamente bene informata» emerge che Claridge e Healy, due funzionari della Cia, si sono mostrati molto interessati riguardo il «ruolo del Psi nella situazione politica attuale». Questo particolare interessamento viene giustificato, dal Sisde, con i «consistenti aiuti da parte americana verso il Partito Socialista Italiano». Fino a che punto si può quindi parlare di opposizione all'America, se questi sono i presupposti?
Condanne:
Passiamo ora ai procedimenti giudiziarî: Craxi è stato condannato in via definitiva a 5 anni e 6 mesi di reclusione il 12 novembre 1996 - ma da luglio 1995 era latitante ad Hammamet - per le tangenti (17 miliardi di lire) pagate alla Sai nell'aprile 1992 per aggiudicarsi in monopolio l'assicurazione di oltre 120 mila dipendenti dell'Eni.
Inoltre è stato condannato (sempre in via definitiva) a 4 anni e 6 mesi il 20 aprile 1999 per le corruzioni e i finanziamenti illeciti negli appalti della metropolitana milanese e del Passante ferroviario.
N.B. In quegli anni per costruire un km di metropolitana a Milano ci volevano 192 miliardi, ad Amburgo 45.
Che quest'accenno serva da memorandum: perché se è pur vero che «non si può ridurre la vita di Craxi al suo epilogo giudiziario», è anche vero che quest'epilogo non lo si può ignorare completamente. E magari dedicare al “grande statista” una via.
Pubblicato da Stefano Tieri alle 19:29 9 commenti
Etichette: Politica, Stefano Tieri
29/01/10
Nostalgia, estetica e sacrificio. Yukio Mishima e il sogno del ritorno del Sole Imperiale
di Lorenzo Natural

"La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre."
Sarebbe riduttivo parlare di Mishima citando le sue opere o tracciandone una mera vicenda artistico-biografica, tralasciando ciò che veramente risplende nelle coscienze di chi ha la fortuna di capirne la statura e la grandezza. Tuttavia, presumendo che non tutti abbiano presente la figura di Mishima, ritengo che un cenno alla situazione e al contesto in cui egli si inserisce sia obbligatoria.
Terminata la Seconda Guerra Mondiale con la vittoria delle democrazia statunitense e di quelle europee, il Giappone -che come ben sappiamo formava il cosiddetto asse Roma-Berlino-Tokyo in contrapposizione alle prime potenze da me citate- si ritrovava in una situazione molto delicata: da una parte gli ultimi brandelli di resistenza (eroica, ma disorganizzata) anti-americana, dall'altra un Paese devastato dai bombardamenti di Nagasaki e Hiroshima. Per evitare di cadere nel baratro dell'isolamento, il governo e l'imperatore decisero di approvare una nuova costituzione pacifista nel 1947, de facto proposta dagli Stati Uniti, paese che occupò l'ex Impero del Sol Levante fino al 1952. Il Giappone si ritrovò, così, a pagare a caro prezzo la sconfitta del conflitto: tuttavia -aiutata dagli stessi USA- la ripresa economica fu quasi immediata, facendo del Giappone uno dei pilastri dell'economia mondiale del mondo moderno.
Se questa vena progressista ha fin dal '52 mostrato il suo lato positivo, è inutile nascondere che la totale sottomissione ai vincitori ha leso in modo quasi definitivo le millenarie radici dell'Impero Giapponese, e con esse lo spirito degli uomini che avevano dedicato anima e corpo all'ideale supremo della sacralità imperiale.
E in questo humus politico, tra vecchi eroi dimenticati e giovani ragazzi con lo spirito e lo sguardo ancora rivolti alla luce del Sole a sedici raggi della vecchia bandiera dell'arcipelago, si inserisce la giovane vita di Yukio Mishima (pseudonimo di Hiraoka Kimitake).
Naturalmente le solite malelingue moraliste non hanno esitato a definire Mishima un "filo-nazifascista" (termine alquanto improprio, ma di cui si è fatto -e si fa- un uso spropositato), non riuscendo ad accettare la figura di un uomo che, nonostante la sconfitta del proprio Paese, è rimasto fedele ad esso fino all'ultimo giorno della sua vita. Mishima non era un estremista, non amava definirsi né di destra né di sinistra: era un tradizionalista, un nazionalista, un conservatore decadente, come lo definì emblematicamente Moravia. Non voleva lasciare che il Giappone si piegasse alle leggi del mercato capitalista statunitense a discapito delle secolari leggi del codice d'onore samurai e del Bushi-do: insomma, verrebbe da dire un sognatore, un romantico che non accettava di sottomettersi ai nuovi padroni, ben sapendo, in cuor suo, che la sua resistenza sarebbe risultata infruttuosa, a lungo termine.
Il primo Mishima, tuttavia, era un giovane ragazzo come tanti, impegnato in studi e attività lavorative di ambito giuridico, che ben presto scoprì non essere adatte al suo stesso ego. Yukio lasciò questa strada per intraprendere la via più dura della scrittura; in questa arte poté esprimere al meglio i propri sentimenti, che non riguardavano soltanto tematiche politiche, anzi: nei primi capolavori (Confessioni di una maschera e ancor di più in Colori Proibiti) traspare l'anima estetica dello scrittore. Tra le pagine delle sue opere s'intrecciano -con interessanti spunti autobiografici- storie di novelli Narciso, relazioni omosessuali e analisi psicologiche. Il culto della bellezza estetica divenne uno dei capisaldi di Mishima: un culto del proprio corpo talvolta esasperato, ma che coincide con l'ideale di perfezione riconducibile non solo allo spirito della cultura giapponese, ma addirittura alle Tradizioni dei perfetti fisici degli uomini e dei semi-dèi dell'Antica Grecia, a cui Yukio spesso affermò di ispirarsi.
Un'adorazione e cura del proprio corpo che lo portarono a cimentarsi nel culturismo, oltre alla pratica di numerosi arti marziali. La ricerca di un perfetto equilibrio tra estetica e interiorità, pensiero e "armatura", esteriorità e essenza furono sempre alla base della sua vita.
In Mishima, questa condotta di vita ebbe notevole influenza sull'aspetto spirituale, ma soprattutto "politico". La sua devozione quasi maniacale all'allenamento continuo del proprio corpo, portò Yukio a fondare il Tate no kai, un piccolo gruppo di fedeli guerrieri disposti a reincarnare i valori simbolo dei vecchi samurai: amore e difesa della Sacra Patria e ricerca del proprio equilibrio.
Onestà, Coraggio, Sincerità, Onore, Dovere e Lealtà: la via del guerriero che gli antichi maestri avevano tracciato, riviveva di luce splendente in Mishima e nel suo esercito. Il Sole imperiale tornava a splendere sull'Acciaio delle armature dei nuovi guerrieri giapponesi; l'Imperatore -visto come simbolo sacro alla Tradizione, e non come singolo uomo- era ancora circondato da un manipolo di uomini che avrebbero donato la loro stessa vita pur di difenderne l'ombra.
Tuttavia, a malincuore, Mishima dovette constatare come oramai il suo Paese era stato irreversibilmente corrotto dai nuovi dèi della modernità, insediatisi tra il feticismo delle merci e la cupidigia del mercato. Solo pochi continuavano a opporsi al Nuovo Giappone, lontanissimo parente di quell'ancestrale misticismo che caratterizzava il Vecchio Paese del Sol Levante.
Incapace di poter vivere in un mondo non suo, attanagliato da un sentimento di spaesamento interiore più che fisico, Mishima e gli ultimi samurai a lui fedeli decisero di urlare al Paese intero il loro ultimo grido di libertà. Occupato il palazzo dell'esercito di autodifesa, Mishima esaltò a gran voce, per l'ultima volta, lo spirito del Giappone Imperiale. Rimasto inascoltato, si tolse la vita assieme al fidato amico Morita con la pratica samurai del seppuku (da non confondere con l'harakiri). Il tutto venne ripreso dagli increduli obiettivi delle telecamere dei giornalisti, rimasti totalmente esterrefatti dalla lucidità che mantenne Mishima fino -e persino durante- il momento del suicidio.
E così il 25 novembre 1970 -data, peraltro, designata già alcuni mesi prima dallo stesso Mishima- , all'età di 45 anni Yukio Mishima decise di morire assieme al suo Paese, ormai sull'orlo del precipizio di quella modernità che lo scrittore giapponese aveva sempre combattuto. La fermezza, la calma, l'equilibrio raggiunto, permisero a Yukio di intraprendere il cammino verso la consapevolezza e la necessità della morte con una tale lucidità da spaventare qualsiasi uomo di questo tempo di mezzo della storia.
Un insegnamento a vivere e a morire che pochi uomini hanno saputo impregnare nelle vicende umane dell'ultimo cinquantennio.
Alla luce di ciò, tentare, come siamo soliti fare, di affibbiare a Mishima l'una o l'altra etichetta, non è soltanto riduttivo, ma disonorevole per un uomo, che nel Bene e nel Male, ha vissuto in funzione di un Ideale. Giudicare se sia stato più o meno sensato il sacrificio finale di Yukio non avrebbe alcun senso; come non lo avrebbero i giudizi moraleggianti su un presunto ripudio della vita da parte di Mishima.
Potrò apparire retorico, ma in un Paese depravato dalla sua essenza più viva, dalle sue Tradizioni più splendenti, dal suo fascino più occulto, Mishima ha saputo ridare vigore a tutto ciò. E se questo non è bastato per cambiare qualcosa a livello meramente pratico e politico, il suo ricordo resta indelebile in chi ha la fortuna di apprezzarne il significato, le sue gesta scolpite nella memoria della Storia, le sue opere impresse nei libri delle biblioteche.
Il sacrificio della propria vita rappresenta sì una difficile rinuncia alla volontà di "voler vivere per sempre", ma soprattutto l'ultimo atto di fedeltà a un ideale supremo, un "valore più alto del rispetto della vita. Un valore che non è la libertà, non è la democrazia, ma è il Giappone".
Pubblicato da Lorenzo Natural alle 21:18 25 commenti
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18/01/10
Trieste. La vecchia bambina e il passante tricentenario.
Trieste, una delle città più vecchie d'Italia, forse la più vecchia. Non come formazione, no, è l'età della popolazione che pesa. Lei è giovane, quasi una bambina, sempre impegnata a tenere a bada i suoi nonni. Tenere a bada o curare, la città è strutturata per gli anziani: un luna park per over 80 o una sorta di reparto geriatria a cielo aperto. Se il comune deve investire, investe sui vecchi, sicura fonte di voti. Essendoci sempre meno nascite, ci saranno sempre più anziani: il vero ricambio generazionale all'italiana.
Si aggirano per la città spesso silenziosi, sagome goffe nell'incedere. Da vicino, volti di corteccia nei quali rughe si dipartono dal nodo degli occhi, solcandoli alla base e appesantendone le sopracciglia, per poi discendere aggrappate alle labbra in gote avvizzite. Con movimenti lenti e cadenzati, come i loro passi, la pelle scende sul volto: turgida rugiada che si perde distruggendosi in rivoli sempre più sottili. Un carattere che ritorna bambino: non si tratta con i vecchi, quello che hanno capito in ottant'anni non puoi capirlo in meno di un trentennio. E forse è vero. Peccato che la tv ne abbia ammaccato parecchi facendoli marcire.
Chi può sapere che in mezzo a tanti uomini, proprio qui a Trieste, qualcuno non si sia dimenticato di morire, mimetizzandosi sempre più curvo tra i passanti ignari della sua straordinarietà. Un uomo piccolo, quieto, con una voce flebile, ma visibilmente allegro perché ancora in grado di attraversare piazza Unità, o piazza Grande come la chiamerebbe lui, con la tramontana, sorretto da un bastone antico con una figura equina d'avorio per impugnatura. I capelli radi che cadono ordinati quando il vento non li scompiglia. Spessi occhiali su fragili occhi. Magari puoi incontrarlo al Giardin Pubblico dove segue i minimi movimenti sotto i cespugli, sperando nel ritorno di qualche gallina. Potresti sedergli accanto e chiedere della sua gioventù, sicuro che il racconto comincerà dalla Seconda Guerra Mondiale. Ti stupiresti nel sentire il nome di Casimiro Donadoni. Chiedi chi è. E lui ti racconterebbe di quel giorno in cui l'avvocato Donadoni, tornato da Vienna, annunciò all'emporio lo statuto di Porto-Franco tra un volare di cappelli frigi. Bandiere inneggianti all'Austria si perdevano nel cielo senza nuvole. Una giornata stupenda, di quelle che nella memoria sono sempre soleggiate. Lui era lì con gli altri italiani, con il liburno, con l'istriano dell'interno, con l'ebreo, il dalmata, il greco dell'adriatico: triestini esultanti, preludio di una città multiculturale. Ti vedrebbe perplesso, farebbe un passo indietro.
Era il 1719. All'epoca Trieste era un bucaneve spuntato dal bianco della saline. Pochi abitanti, un centro di 5000 persone. Poi l'intervento di Vienna: lo statuto di Porto-Franco. Le saline si disciolsero. Come bambole di sale bagnate dall'acqua, gli aristocratici svanirono: troppo legati a terre poco redditizie. Libertà di esercitare il commercio e l'industria; miglioramento delle strutture portuali; esenzione dalle tasse; banco di assicurazione; divieto di perquisizione delle navi; permesso agli stranieri di possedere case e terreni. L'economia piroettava. Attratti dalle condizioni favorevoli migliaia di persone raggiungevano il golfo per giocare con la sorte, e lui con loro. La città diventava un crogiuolo di popoli. Attraverso le nuove vie imperiali si mischiavano le genti: ognuna con una propria cultura ad arricchire il nuovo porto-giardino della Mitteleuropa. Una città viva che cresceva alimentandosi di confronti, l'ebreo al pari del cristiano, al pari del greco-ortodosso: il rispetto delle reciproche tradizioni, corollario di un modo di essere triestino. 1781 Editto di Tolleranza. Non stavano costruendo solo una grande città, ma uno spirito nuovo, laico e cosmopolita. Alla fine del '700 Trieste contava già 30000 persone.
E se l'uomo tricentenario non raccontasse così la Trieste della sua giovinezza? Se il suo carattere si fosse inasprito col tempo? Forse sarebbe un vecchio scorbutico, stizzoso e stizzito da una Trieste culla e prigione della sua vita. Magari il suo racconto inizierebbe in un altro modo.
Era il 1719. Un nuovo mercato per l'Austria aveva portato il centro a gonfiarsi artificialmente. Le opportunità economiche favorevoli spingevano soprattutto friulani e istriani ad ammassarsi nei nascenti quartieri. La nobiltà spazzata. I nuovi ricchi gonfi di sé, ciechi a qualsiasi altra logica se non quella degli affari. Ebrei come cattolici, ortodossi come protestanti: tutti affaccendati a divorare e ad arraffare. Una borghesia laica: famiglia, denaro, risparmi, moralità e religione in vetrina, sicurezza e ancora denaro. L'onda dei traffci portava a Trieste gente d'ogni dove, la risacca faceva rifluire le culture lasciando sul bagnasciuga cittadino i ceti popolari: la maggioranza italiana, seguita da un'esigue minoranza di burocrati tedeschi, di ebrei, di greci e una forte componente di sloveni. Avevano forse meno etnie le altre città commerciali? La cultura italiana cercava di uniformare le altre attraverso una sistematica deculturalizzazione e omologazione. Non era una città cosmopolita, era una città artificialmente retta grazie ad un progetto viennese, dedita all'economia, non alla tolleranza, ma all'indifferenza verso tutto ciò che non avesse a che fare con i soldi. Una città cresciuta nei valori del cosmopolitismo non avrebbe, due secoli dopo, fatto falò del Balkan. Trieste: non incontro, ma scontro di popoli.
Non lo so, magari non la racconterebbe nemmeno così, con tanto rancore. Forse perché la verità non sta né nella città cosmopolita (mito romantico secondo Elio Apih), né nell'unicità economica della sua cultura.
Non lo so, magari la verità si è imborghesita: odia gli estremi, si nutre dei suoi miti e soggiorna in una mediana fissità, a volte poco attraente.
Pubblicato da Omar Longo alle 18:27 2 commenti
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15/01/10
L'evoluzione della fisica
Come promesso nello scorso articolo ho letto il libro di Einstein ed Infeld. Devo dire che prima di iniziarlo pensavo sarebbe stato il solito libro sulla fisica, spiegato in modo chiaro, ma forse non molto semplice, visto l'importanza dell'argomento. Fattore inoltre poco invitante alla lettura erano le formule matematiche che vi sarebbero dovute comparire. La fisica è una scienza esatta e come tale ogni risultato di qualsiasi esperimento deve essere approssimato da una funzione matematica. Bene, ora che ho finito la lettura posso rassicurare chiunque voglia leggere questo fantastico volume sulla fisica: la comprensione di ciò che viene spiegato non è affatto impossibile e di formule matematiche non c'è neanche l'ombra. Già nella prefazione gli autori assicurano di non voler far uso della matematica e di avere come unico scopo quello di rendere più chiari alcuni aspetti della fisica ancora oscuri a molti. L'unico requisito che il lettore deve avere, proseguono i due fisici nella prefazione, è quello di possedere buona volontà e di essere disposto a comprendere i ragionamenti fatti nei vari capitoli.
Il libro è suddiviso in quattro parti:
Parte Prima:L'ascesa dell'interpretazione meccanicistica
Il libro si apre paragonando la fisica ad un romanzo giallo perfetto, in cui non si può saltare alle ultime pagine per scoprire chi è l'assassino. La ricerca del fisico si basa su supposizioni e sulla ricerca di prove a favore di queste. Dunque la prima cosa da fare è osservare e interpretare. Grazie a questo processo si giunge al primo indizio, a partire dal quale si costruirà una teoria. Nota bene, l'indizio non sempre porta alla teoria giusta solo perché è stato scoperto.
Dopo questa prima introduzione vengono presentati i vettori, il concetto di moto, la massa, grandezza fisica lasciata in disparte per molto tempo. Grazie a questi concetti si poté enunciare la teoria meccanicistica della realtà, ovvero che il mondo si "muove" perché delle forze agiscono sulla materia, componente unica della realtà. Viene descritto insomma come grazie alla conoscenza di alcuni fattori, come velocità e posizione, si possa prevedere la posizione futura della particella che si sta studiando.
Parte seconda: Decadenza dell'interpretazione meccanicistica
In questa parte viene descritta la teoria dietro all'elettromagnetismo e alla termodinamica. Ancora si cerca di adattare l'idea meccanicistica all'ambito di studio, ma ci si comincia a rendere conto che sorgono alcuni problemi, soprattutto con lo studio della luce. Siccome essa si propaga anche nel vuoto, non si può trattare di un'onda, visto che per propagarsi essa avrebbe bisogno di materia. L'onda non è altro che un cambiamento di stato della materia. Il suono si propaga perché c'è aria che vibra, nel vuoto non c'è suono. Molti esperimenti però dimostrano che la luce deve essere simile ad un'onda, altrimenti alcuni suoi comportamenti non si potrebbero spiegare. (Non entro nei dettagli perché la questione diventerebbe abbastanza intricata.) Si inventa dunque l'etere, ma anche in questo caso la sua definizione risulta macchinosa e non ben definita. La concezione meccanicistica entra così in crisi.
Parte terza: Campo, Relatività
Viene introdotto il concetto di campo, che esercita delle forze sulle particelle.Tutto quello di cui si è già parlato prima viene riletto introducendo il campo (descritto nel mio articolo di dicembre 2009).Si arriva infine alla teoria della relatività. Non vorrei inoltrarmi oltre in quest'ambito se non per due punti importanti. Il primo è che secondo la relatività, due sistemi di riferimento in moto uno rispetto all'altro a velocità prossime a quelle delle luce possono avere "tempi" diversi. Infatti se collochiamo due orologi nei due sistemi, noteremo che il tempo segnato dai due è diverso una volta che i due sistemi sono in movimento, nonostante i due cronometri siano stati precedentemente sincronizzati. Questo aspetto ci riconduce all'articolo precedente in cui Lee Smolin decretava che lo scorrere del tempo è uguale per ogni punto dell'universo, sia esso in moto o no. Non so dire chi abbia ragione, ma la cosa si fa interessante. Il secondo punto è la massa-energia, che lega appunto massa ed energia ad un unica "sostanza". Secondo questa teoria la massa è un condensato altissimo di energia, e l'energia è una minima parte della massa. Sostanzialmente un corpo caldo pesa di più di quando è freddo, ma la variazione di peso è infinitesimale. Lo stesso vale per un corpo in moto rispetto al suo stato di quiete.
Parte quarta: Quanti
Di questo ultima parte vorrei anticipare il minimo possibile. Dico solo che l'idea di conoscere posizione, velocità e traiettoria future grazie a dati conosciuti decade definitivamente. In questo caso o si conosce la posizione o la velocità o la traiettoria, ma mai tutte insieme. Inoltre più che la posizione precisa si conosce la posizione probabile. Stessa cosa per velocità e traiettoria. (Si sta parlando di particelle elementari in moto.)
So di essere stato poco profondo nell'esposizione, ma quello che Einstein e Infeld hanno sintetizzato in 273 pagine, non credo di essere in grado di riprodurre in due. Invito quindi chiunque fosse interessato a leggere il libro e a continuare ad informarsi su questa bellissima materia. Il Titolo è "L'evoluzione della fisica" e merita davvero una lettura.
Pubblicato da Giulio Rosani alle 21:36 6 commenti
Etichette: Giulio Rosani, Scienza
14/01/10
Che cos'è la globalizzazione?
Questo non è propriamente un articolo. Ricopierò quanto scritto nel libro di "Diritto costituzionale", Roberto Bin-Giovanni Pitruzzella, Giappichelli Editore, che cerca di dare una "semplice" spiegazione su cosa sia la globalizzazione (e come funzioni) e il rapporto col territorio e la sovranità dello Stato. In questo modo, una discussione su questo tema, potrà essere condotta con una maggiore chiarezza.
"L'indebolimento del controllo che, nell'attuale momento storico, lo Stato esercita sul proprio territorio è da collegare soprattutto all'affermazione di quella che viene chiamata globalizzazione, cioè la creazione di un mercato mondiale in cui i fattori produttivi si spostano con estrema facilità da un Paese all'altro.
Alla base della globalizzazione dell'economia stanno soprattutto i seguenti fattori:
- il progresso tecnologico nel campo dei trasporti, che rende sempre più facile ed economico lo spostamento dei beni da un luogo all'altro;
- la "smaterializzazione" delle ricchezze tradizionali, attraverso la cosidetta "finanziarizzazione" dell'economia, che sempre di più si basa sulla proprietà e lo scambio di risorse finanziarie piuttosto che sul possesso di beni materiali;
- l'accresciuta importanza strategica ed economica di altri "beni immateriali", come la conoscenza e l'informazione;
- lo sviluppo dell'informatica e la creazione di reti telematiche, che rendono possibile il rapidissimo spostamento di informazioni e di capitali da una parte all'altra del Pianeta;
- lo sviluppo di sistemi produttivi flessibili, che consentono alle imprese di spostarsi rapidamente da un luogo all'altro o di allocare le diverse fasi del ciclo produttivo in aree territoriali diverse (si pensi ad alcune imprese leader nel settore dell'abbigliamento, che insediano i centri di disegno dei capi e le strutture che curano il marketing nel cuore dell'Europa, in modo da utilizzare le migliori risorse umane in questi campi, mentre la lavorazione degli indumenti avviene in Paesi extraeuropei dove il costo della manodopera è più basso).
Per definizioni di natura economica di termini riportati, in caso di necessità, le trovo velocemente sul libro di economia.
Questa è la globalizzazione. Giusta? Sbagliata? Io non credo si debba riflettere in questi termini. E' il modo in cui si è evoluta l'economia, e come ho già sostenuto e credo, se è così, è perchè gli uomini hanno così scelto. Si può criticare in certi suoi aspetti, certo. Ma bisogna forse ricordare, e questo è inconfutabile, che proprio la globalizzazzione permette agli Stati poveri di crescere. Nel momento in cui la conoscenza tecnologica si sposta, gli Stati poveri la possono ottenere e sviluppare, in modo tale che le differenze rispetto ai ricchi si assotiglino. Anche questa è una delle tante facce della globalizzazione.
Pubblicato da Andrea T. alle 00:45 40 commenti
Etichette: Andrea Tamaro, Economia
09/01/10
Wikipedia: no comment?
Iniziamo dalle questioni di fondo che permeano le critiche a wiki. : autorevolezza e libertà.
Abbiamo visti i limiti di wikipedia. (Difetti, tra l'altro, insormontabili?) Ora vediamo i pregi.
Tenendo presente l'esempio, passiamo ad altra considerazione: il tempo. Una enciclopedia online permette di essere aggiornata quasi istantaneamente rispetto all'evento accaduto.
Ho citato prima la critica sull'autorevolezza: anche se le voci non sono curate da esperti, ciò non toglie che possano avere un valore culturale od informativo.
Bisogna controllare le Note. Possono riportare le citazioni di libri autorevoli sull'arogomento trattato, oppure articoli di giornale e via così. Tutto ciò rende la voce più accreditata.
Bisogna controllare i Collegamenti esterni. Spesso sono link a siti assai autorevoli. Conseguentemente la voce magari può essere anche "infettata" ma il sito a cui si rimanda certamente no. (se leggo riguardo la Carta Costituzionale e voglio l'opinione autorevole vado al link del Quirinale.it)
Si può anche vedere come si è evoluta la voce: le voci vengono discusse, e tutti i passaggi di trasformazione salvati, in modo tale che in caso di malafede (o ignoranza) di qualcuno, si possa tornare indietro.
Bisogna ricordare infine la cosa più importante: date voci sono trattate da veri esperti. Si vedono subito dall'ampiezza e dovizia di particolari in cui sono declinate. Provare per credere: "Esperanto".
Pubblicato da Andrea T. alle 01:17 9 commenti
Etichette: Andrea Tamaro, Internet